La passione

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venerdì 29 giugno 2007

Che cos'è la felicità?

X TE -
Moravia: Insegno Filosofia all'Università di Firenze, e il mio compito, come l'altra volta, è dialogare con voi su un certo tema, che oggi è ancora più complicato di quello dell'altra volta, ed é niente meno che il tema della felicità, un tema da far tremare, lo capite, le vene e i polsi. Ma, appunto per questo, preferirei un po' vilmente dare intanto la parola ad una scheda, un'introduzione filmata, che ci aiuterà ad orientare la nostra conversazione.
- Si visiona la scheda:
PRESENTATORE: Alla domanda che attraversa l'intero pensiero d'Occidente: "Che cos'è la felicità?", una risposta preliminare è che la felicità non è una cosa che si possa determinare in maniera univoca ed oggettiva. La felicità non è neppure un modo d'essere universale, giacché un certo modo può essere felicitante per una persona e non esserlo per un'altra. La felicità va considerata piuttosto come un valore multiforme, che non racchiude in sé nessuna forma, e soprattutto come un valore simbolico, nel senso che gli uomini la possono pensare solo attraverso immagini o idee, capaci di alludere ad una vastissima serie di componenti.
Spezzone di film: inseguimento ad un ragazzo che fugge da un riformatorio:
GUARDIA: Continuate, continuate a giocare.
PRESENTATORE: Legata poi a bisogni ed istanze assai mutevoli nel tempo, la felicità è anche una dimensione per molti versi storica. Ciò che a noi però interessa è vedere come essa viene concepita nel nostro presente. Una prima osservazione a tale proposito è che oggi si discorre della felicità in maniera per così dire un po' imbarazzante. E' come se si pensasse che la felicità non appartenga realmente a questo mondo.
PRESENTATORE: Non a caso se ne parla sovente nella forma del rinvio, si tende cioè ad attribuire le occasioni di felicità solo ad un più o meno determinato futuro. Quando invece se ne parla con riferimento a noi stessi, troppo spesso si tende ad identificare la felicità con l'avere molto, o con l'essere solo contenti, o magari euforici. Ma la felicità forse sta piuttosto nel saper vivere la vita apparentemente più umile nei soli aspetti più ricchi di senso. Sta forse nella capacità di intrecciare i nostri sentimenti e progetti più profondi ai sentimenti e progetti di un altro o di altri, e sta nella ricerca di qualcosa che si profila, magari nella forma di uno scenario enigmatico o non ben visibile dinanzi allo sguardo della nostra anima.
-Al termine della scheda, inizia la discussione.
Moravia: Ecco, avete visto due spezzoni di film, diversamente celebri, il primo scelto dalla redazione de Il grillo, il secondo scelto personalmente da me. E mi sembrano due insiemi di immagine che potrebbero davvero alimentare una lunga ed appassionata discussione tra noi. Chi vuole rompere il ghiaccio? C'è qualcuno che ha già in mente qualche domanda?
STUDENTESSA: Felicità è avere o essere, cioè è conquista di ciò che viene imposto dall'esterno, o è costruzione razionale dell'io e consapevolezza dell'uomo, delle proprie capacità di conquista della conoscenza?
Nella prima parte della sua domanda, lei sembra quasi creare una specie di antinomia: la felicità è un avere o un essere? Nella seconda parte lei si avvicina molto a quelle che sono le mie opinioni su questa questione: forse la felicità non è primariamente un avere, e neanche primariamente un essere. La felicità, in qualche modo, è un sentire, un costruire, un trovare delle relazioni, le più enigmatiche e diverse. Non è facile dare una ricetta della felicità, a differenza di quanto dicono tanti oggi, soprattutto tanti esponenti delle industrie farmaceutiche. Non si diventa felici con una pillola. Non si scoprirà mai la pillola della felicità. La felicità, come lei ha detto benissimo, è una costruzione, è una ricerca. E da questo punto di vista vorrei subito ricordarvi le immagini del film n.2, il celebre I 400 colpi del regista francese Truffaut, nel quale avete visto cos'è la felicità, avete capito cos'è quella felicità. Sentiamo le vostre domande in proposito.
STUDENTESSA: Volevo chiederLe se è d'accordo con l'affermazione che la felicità è più l'attesa di qualcosa che so che potrà rendermi felice, che il suo raggiungimento.
E' una domanda molto bella ed altrettanto difficile. Anch'io credo, da filosofo, che la felicità sia piuttosto una ricerca che non un raggiungimento come tale. Proprio lo spezzone di film tratto da Truffaut è la prova, in qualche modo, di quanto dico. In quel film - e lo dico perché mi rendo conto che le immagini non erano sempre abbastanza chiare -, chi è quel ragazzo che fugge? Fugge, o corre in cerca di qualcosa? Fa entrambe le cose. Avete visto che fugge da un riformatorio, e si chiama Antoine Duanell, - io ho sempre voluto trovare film che mettono in evidenza dei giovani come protagonisti, in modo che voi vi riconosciate in loro -. E che altro è un riformatorio se non un luogo che ci allontana dalla felicità, e così il ragazzo fugge da e corre verso qualche cosa. E questo qualche cosa è il mare, di cui lui, Antoine Duanell, non ha mai visto traccia. Ma il mare è solo un simbolo della felicità possibile. Tutte le immagini di qualunque aspetto della realtà possono divenire per noi uomini espressioni della felicità. Certo quel pezzo di film mostra in modo indimenticabile la pregnanza di una ricerca, ed anche la vaghezza, perché noi non sappiamo cosa sarà poi la felicità.
STUDENTE: La felicità, vista in senso epicureo, quindi basata sull'atarassia, può essere adattata ai giorni nostri, in una società che è volta verso il consumismo o altri fenomeni simili?
Mi verrebbe voglia di dire che in un certo senso sì, soprattutto se questa ricerca della felicità evidenzia qualcosa di autentico. Per molti di noi non è molto facile identificarci nei modelli di felicità confezionati dalla società dei consumi, tecnologica, come altrimenti si voglia definire. Da questo punto di vista una ricerca più personale della felicità potrebbe davvero configurare uno stato felice, un perseguimento di valori che possono rendere felici.
STUDENTESSA: Spesso si parla di felicità come conseguenza di un forte dolore, oltre che di una ricerca. Pensa che la felicità possa esistere come sentimento assoluto, prescindente da qualunque altro sentimento?
La felicità può nascere in rapporto a qualsiasi situazione in cui ci si trovi. Dunque da questo punto di vista può essere anche correlata al momento di sofferenza, ovviamente è il momento dopo la sofferenza stessa. Un sentimento assoluto sì, in certi casi si può definire in questo modo. Preferirei però che non si definisse troppo rigidamente la felicità, nemmeno in questi termini di assolutezza, perché la cosa che più mi affascina della felicità, è che può nascere ed essere costruita in relazione ai più diversi criteri. E poi la felicità non è assoluta, se con assoluto lei intende qualcosa di permanente. La felicità, a volte, poi si interrompe.
STUDENTE: Che rapporto c'è tra felicità e tempo, cioè, col passare degli anni, é possibile che il nostro concetto di felicità cambi da un'idea di turbamento ad un'idea piuttosto di serenità, di calma?
La domanda è simile a quella di prima. Certamente la felicità ha un suo rapporto col tempo. Però, siamo davvero sicuri che la felicità sia uno stato permanente molto lungo nel tempo? Oppure riteniamo che la felicità possa essere anche di un momento, di uno stato, lungo anche lo spazio di un mattino? La felicità, capite, ha questo di peculiare e misterioso: che non conosce definizioni a priori, che non si lascia determinare, definire da noi esseri umani. Qualche volta noi ci accorgiamo di essere stati felici quando lo stato relativo è già passato. Guardi che il rapporto temporale tra l'essere felici e l'accorgersi di esserlo non è sempre un rapporto di coincidenza, e questo produce tragedia più che felicità, è un perdere l'occasione.
STUDENTESSA: Eppure, nella pessimistica visione leopardiana, la felicità era definita come una breve assenza del dolore.
Tenderei a dire che la felicità non è semplicemente una assenza di dolore. Se volete, la felicità è uno stadio che viene dopo il dolore. Perché l'esperienza del dolore ci fa ri-apprezzare meglio stati diversi, anche se non appartengono a quella categoria, a quel paradiso di stati che la civiltà, o la inciviltà in cui viviamo, ci definisce stati felici. Forse la felicità è proprio quel sentire, dopo una sofferenza, quanto siano belle ed appaganti anche delle piccole cose o dei piccoli sentimenti.
STUDENTESSA: Quindi la felicità è soltanto qualcosa di effimero?
Può essere una cosa effimera, o può essere una cosa più lunga. Ma non chiedete alla felicità, neanche nel vostro immaginario interiore, di essere davvero un assoluto che si trovi al di là del tempo, dell'esperienza in cui noi viviamo. O, magari, coltiviamo anche quest'idea, ma senza diventarne schiavi. Questo è molto importante. Tendo a sottolineare questo aspetto di relativa imprevedibilità, e quindi voglio dirvi, più che indicarvi quali sono le strade, e tanto meno le autostrade, che portano direttamente alla felicità - e non è una battuta, perché una parte dell’idea di felicità di oggi tende a dire questo, identificando la felicità con la semplice contentezza o appagamento intorno ad alcuni beni -, che questa non è la felicità, quasi mai. La felicità è una ricerca. E allora l'importante è essere pronti a cogliere con le nostre antenne quando qualcosa di quel tipo ci è capitato. E' questa la vera scommessa della vita, non quella di partire per le autostrade.

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